Disturbo ossessivo-compulsivo: gli effetti della pandemia

Il disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) colpisce in tutto il mondo milioni di persone di ogni genere, età, nazionalità, razza, etnia, religione e status sociale.

È una patologia psichiatrica, spesso ingravescente e, nei casi più severi, invalidante, caratterizzata dalla presenza di pensieri, immagini ricorrenti e intrusivi (ossessioni) e atti mentali o fisici ripetitivi e controproducenti (compulsioni), messi in atto allo scopo di ridurre o eliminare l’ansia o il disagio e di prevenire le eventuali e, spesso inverosimili, conseguenze temute.

I sintomi del DOC sono molto eterogenei, ma nella letteratura scientifica solitamente se ne distinguono quattro sottocategorie. Il sottotipo caratterizzato dalla paura di contaminazione è il più frequente e diffuso nella popolazione clinica. I sintomi, come intuibile, sono ossessioni e compulsioni correlate a improbabili o irrealistici contagi.

L’attuale diffusione di un virus con un elevato tasso di trasmissibilità e la scarsa conoscenza dello stesso rappresentano variabili che, come confermato da recenti studi condotti in Italia, hanno amplificato la sintomatologia delle persone affette da disturbo ossessivo-compulsivo e che, paradossalmente, hanno determinato una legittimazione da parte della società di molti di quei comportamenti e rituali di lavaggio e disinfezione che un tempo sarebbero stati ritenuti patologici.

Ma cosa è successo a quelle persone che soffrivano già di un disturbo ossessivo-compulsivo da contaminazione? Non è inverosimile credere che possano soggettivamente “sentirsi meglio”, sia perché avvertono i loro comportamenti come meno bizzarri e meno oggetto di giudizio altrui, sia perché si sentono ufficialmente autorizzate alla reclusione forzata e ad evitare l’esposizione nei confronti di ciò che abitualmente più le spaventa.

Quello che colpisce è che anche quei pazienti che avevano avuto una remissione sintomatologica prima della quarantena, dopo la quarantena hanno mostrato un aggravamento dei sintomi, con il palesarsi di nuove ossessioni e compulsioni o con il ripresentarsi di sintomi passati, assenti prima dell’inizio della pandemia. Un fenomeno che potrebbe essere legato non solo a una continua esposizione a situazioni stressanti dettate dai media, ma anche a una crescente difficoltà nell’accedere ai servizi di diagnosi e cura e alle relative strutture preposte, viste ora ancor più come luoghi di potenziale contagio. Quale soluzione? Fondamentale la lucidità nel riconoscere il problema e trovare il coraggio di chiedere aiuto, con il conforto dato dalla coscienza che una buona psicoterapia, basata su principi di autoconsapevolezza, accettazione e impegno, può realmente aiutare nella gestione della sintomatologia e nel ridimensionamento del disagio, esasperato dalle criticità e dalle sfide che questa pandemia ha imposto a noi tutti.

Dott. Luca Di Venanzio – Psicologo Pescara, con la collaborazione di Alessandro Bellardi Falconi