La Cura di Franco Battiato: l’amore che non cerca di salvarti

Ci sono canzoni che accompagnano un momento della vita.

E poi ci sono canzoni che sembrano aspettarci.

Le ascoltiamo a vent’anni e ci parlano d’amore.

Le ascoltiamo a quaranta e ci parlano di perdita.

Le ascoltiamo dopo una crisi, un lutto, una depressione, e improvvisamente ci accorgiamo che stavano parlando di qualcosa di molto più profondo.

La Cura di Franco Battiato è una di queste.

Per anni è stata definita una canzone d’amore.

Forse lo è.

Ma ridurla a questo significa perderne la parte più preziosa.

Perché in realtà La Cura parla della condizione umana.

Parla di cosa accade quando una persona si trova faccia a faccia con la propria vulnerabilità.

E qualcuno, invece di scappare, decide di restare.

La grande paura dell’essere umano

La maggior parte delle persone non ha paura della sofferenza.

Ha paura di restare sola nella sofferenza.

Ha paura che l’ansia non finisca.

Ha paura che la tristezza diventi permanente.

Ha paura che gli altri vedano la propria fragilità.

Ha paura di non essere abbastanza.

Ha paura di essere abbandonata proprio quando avrebbe più bisogno di qualcuno.

Molti dei comportamenti che osserviamo ogni giorno nascono da qui.

Dal tentativo disperato di non sentire ciò che fa male.

Controlliamo.

Evitiamo.

Ci distraiamo.

Lavoriamo troppo.

Mangiamo troppo.

Pensiamo troppo.

Cerchiamo rassicurazioni.

Cerchiamo certezze.

Cerchiamo qualunque cosa possa proteggerci dall’incontro con la nostra vulnerabilità.

Eppure, più combattiamo contro ciò che sentiamo, più ne diventiamo prigionieri.

La guerra contro se stessi

L’Acceptance and Commitment Therapy parte da una constatazione semplice ma rivoluzionaria.

La sofferenza non nasce soltanto dal dolore.

Nasce soprattutto dalla lotta continua contro il dolore.

Pensiamo di dover vincere contro l’ansia.

Pensiamo di dover eliminare la tristezza.

Pensiamo di dover controllare ogni pensiero negativo.

Pensiamo di dover diventare una versione migliore, più forte, più sicura di noi stessi.

E così iniziamo una guerra.

Una guerra che spesso dura anni.

Una guerra contro parti di noi.

Contro la paura.

Contro la fragilità.

Contro il senso di inadeguatezza.

Contro il passato.

Contro il presente.

Contro noi stessi.

Il problema è che nessuno può vincere una guerra contro la propria interiorità.

Perché qualunque parte venga sconfitta, appartiene comunque a noi.

Forse la cura non è eliminare il dolore

Ed è qui che Battiato sembra suggerire qualcosa di straordinario.

Forse la cura non consiste nel togliere il dolore.

Forse la cura consiste nel creare uno spazio abbastanza sicuro da poterlo attraversare.

Pensiamo a quante volte abbiamo desiderato sentirci dire:

“Non devi essere diverso da come sei in questo momento.”

“Non devi guarire per meritare amore.”

“Non devi essere forte per essere degno di rispetto.”

“Non devi smettere di avere paura per continuare a vivere.”

Queste frasi non eliminano la sofferenza.

Ma eliminano la solitudine.

E spesso è proprio la solitudine a trasformare il dolore in disperazione.

La presenza che trasforma

In terapia accade spesso qualcosa di sorprendente.

Le persone arrivano chiedendo una soluzione.

Vogliono capire come smettere di soffrire.

Come smettere di pensare.

Come smettere di avere paura.

Come smettere di stare male.

Ma il cambiamento più profondo avviene spesso quando scoprono qualcosa di diverso.

Scoprono che possono fare spazio alle proprie emozioni senza esserne travolte.

Scoprono che possono provare paura e continuare a camminare.

Scoprono che possono sentirsi fragili senza essere fragili.

Scoprono che il dolore può essere presente senza occupare tutta la scena.

Non è una vittoria.

È una riconciliazione.

Il significato più profondo della cura

Forse la vera cura di cui parla Battiato non è quella che aggiusta.

Non è quella che corregge.

Non è quella che elimina.

È quella che accompagna.

Quella che rimane.

Quella che dice:

“Anche se sei spaventato, resto.”

“Anche se sei triste, resto.”

“Anche se non sai dove stai andando, resto.”

La cosa straordinaria è che questa presenza non possiamo offrirla soltanto agli altri.

Possiamo imparare a offrirla anche a noi stessi.

E forse la maturità psicologica nasce proprio qui.

Nel momento in cui smettiamo di trattarci come un problema da risolvere.

E iniziamo a trattarci come una vita da accompagnare.

Una domanda finale

Se per tutta la vita hai cercato di combattere contro le tue paure, le tue fragilità e le tue ferite, prova a fermarti un istante.

E chiediti:

E se la parte di me che sto cercando di eliminare avesse bisogno non di essere corretta, ma di essere accolta?

Forse la risposta non farà sparire il dolore.

Ma potrebbe cambiare profondamente il modo in cui lo attraversi.

E a volte è proprio questo che chiamiamo guarigione.

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