La depressione potrebbe non dipendere dalla Seratonina

Ricerche scientifiche e studi accreditati e portati avanti da anni hanno finora evidenziato, quasi all’unanimità, lo stretto legame intercorrente tra la quantità di serotonina sintetizzata nel cervello e l’umore, ritenendo molto probabile come una significativa alterazione della molecola a livello del sistema nervoso centrale possa essere causa di depressione. Una delle classi di antidepressivi, tuttora più utilizzate e clinicamente accreditate, risulta essere quella alla quale appartengono gli SSRI, acronimo inglese di ciò che in italiano potremmo tradurre con “inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina. I farmaci facenti parte di tale categoria agirebbero proprio aumentando la quantità del neurotrasmettitore e favorendo, di conseguenza, la stimolazione dei recettori alla sostanza.

Negli ultimi anni, tuttavia, abbiamo assistito a una serie di evidenze sperimentali che sembrano conferire importanza al ruolo assunto dall’infiammazione nella genesi della depressione e delle alterazioni dell’umore a essa collegate. Il rapporto tra malattie di tipo infiammatorio su base autoimmune, quali ad esempio la sclerosi multipla e l’artrite reumatoide, e la comparsa di disturbi depressivi, è in realtà un argomento largamente documentato all’interno della comunità scientifica e l’effettiva trasversalità con la quale numerose patologie depressive fanno la loro comparsa lungo l’intero spettro delle suddette malattie autoimmuni, suggerisce una più che probabile relazione in essere tra il fenomeno infiammatorio e la risposta di tipo emotivo- affettivo. Numerosi studi hanno inoltre dimostrato come lo stress psicologico rivesta un ruolo determinante nell’aggravamento della disabilità fisica in questa particolare tipologia di pazienti, determinando un peggioramento della prognosi e un conseguente allungamento del decorso della malattia.

Nel 2015 una ricerca avviata e condotta all’interno del Centro per la dipendenza e la salute mentale di Toronto, ha visto il coinvolgimento di un gruppo sperimentale, formato da 20 pazienti depressi, e uno di controllo, costituito da altrettanti soggetti senza alcun tipo di disturbo dell’umore diagnosticato. Studiando i 40 volontari del campione tramite la tomografia a emissione di positroni (PET), i ricercatori sono riusciti nell’intento di evidenziare un aumento del 30% di processi di tipo infiammatorio nel cervello dei pazienti affetti da sindrome depressiva. In modo particolare, ciò che è stato dimostrato è risultato essere un significativo incremento, a livello cerebrale, di citochine, quella particolare categoria di proteine che il sistema immunitario sintetizza al verificarsi di uno stato infiammatorio.

La ricerca canadese, portata avanti nel corso degli anni, è stata ripresa da un recentissimo studio avviato da un team di ricercatori del King’s College di Londra, i cui notevoli risultati sono stati riportati all’interno della prestigiosa rivista specializzata American Journal of Psychiatry. Gli esiti dell’analisi hanno messo in luce come gli individui con un precedente stato depressivo diagnosticato – circa 27.000 soggetti – presentavano livelli ematici di un particolare marcatore infiammatorio (CPR) significativamente più alti rispetto al campione formato da circa 60.000 soggetti clinicamente sani, anche se non mostravano episodi depressivi in corso al momento del prelievo.

In attesa di risultati conclusivi e dell’approfondimento degli studi in merito da parte della comunità scientifica internazionale, possiamo dunque sperare nella ricerca e nell’individuazione di nuove tipologie di farmaci, destinati a un considerevole numero di soggetti affetti da disturbi di tipo depressivo che non rispondono clinicamente alle cure allo stato attuale in commercio.

In collaborazione con Alessandro Bellardi Falconi

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